
Pezzi (2026) di Giorgia Tribuiani è un libro che ne contiene molti altri al proprio interno, e che si presta perciò a una quantità di livelli di lettura che è raro trovare all’interno della stessa opera. C’è, prima di tutto, un plot che ruota attorno a un sinistro rompicapo che ricorda vagamente un La pericolosa partita all’inverso. Dal nucleo di questo enigma, tuttavia, sgorgano decine di voci diverse che, parlandoci di sè, si allontanano dal centro per poi puntualmente riconfluirvi, sovrapporglisi, mistificarlo, indagarlo. Tutto parte da qui: in un tempo imprecisato, la comunità di un villaggio deve indovinare a chi appartengono i pezzi di un corpo umano che un misterioso sequestratore gli fa pervenire tramite un gruppo di merli addomesticati, pena la morte dell’ignota vittima dopo cinque tentativi di risposta errati. L’enigma, in quanto dotato di regole e tranelli, ha tutti i caratteri di un gioco orrorifico, e tuttavia si tratta di un orrore sottile e minaccioso che non manca certo qua e là di tratti cruenti ma la cui vera natura consiste nella crudeltà di imprigionare i personaggi in una situazione senza via d’uscita. Si tratta, dichiaratamente già dalla seconda pagina, di un gioco a perdere destinato a sfociare in una sorta di guerra civile.
In effetti si potrebbe dire che – pur in assenza di connotati precisi e con un ampio inventario di personaggi a popolare il libro – uno dei più notevoli protagonisti di Pezzi sia invisibile e che sia proprio, appunto, la guerra. Quello di G. è infatti un villaggio posto ai margini della guerra ma anche, a causa degli eventi del racconto, sul piede di una guerra interna. I rimandi a questo tema sono numerosissimi e sparsi per il testo sin dall’inizio: c’è una comunità che nessuno abbandona se non per la chiamata alle armi, e in cui lo spirito di un conflitto di portata transnazionale, recente sebbene indefinito, ha finito per permeare completamente i tessuti e il sottotesto del quotidiano. In molti sono stati in qualche misura toccati dalle perdite belliche: si pensi al Mutilato di guerra, alla Pazza che ha perso un figlio in guerra, alla trovata stessa dei pezzi umani che i merli portano in paese e che ricordano gli scempi dei corpi dei soldati caduti in battaglia. Questi pezzi, esposti alla vista di tutti al fine di favorire le indagini, sanno tanto di quel ritorno del rimosso che, freudianamente, risulta tanto più inquietante quanto più si offre allo sguardo, al punto da portare gli abitanti, per usare le parole della Figlia del Sindaco, a vivere dimenticando, sempre dimenticando ciò che ci sconvolge. Ancora, si pensi alla distinzione tra merli nell’anteguerra e merli nel dopoguerra cui si fa riferimento in uno dei passaggi etologici del libro, dove uno scriba che resta anonimo ricostruisce i comportamenti e la storia dei merli in quanto specie ricorrendo a testimonianze e fonti popolari. C’è insomma un accumulo frequente, ma non snervante, di allusioni alla sfera bellica, finchè poi lo stesso Mutilato di guerra non rivela ai compaesani che “qui ci sta da fare come in guerra e cioè che dobbiamo interrogare tuttti quanti”, portando così a galla quella dimensione del sospetto e del tutti contro tutti che è un’estensione cognitiva dell’esperienza della chiamata alle armi. Un difetto di pensiero che ha l’effetto di mettere continuamente a rischio la compattezza dell’insieme.
La Tribuiani pone così il lettore di fronte al senso dell’essere comunità, capovolgendolo però e superandone i connotati neutrali e/o positivi che di norma si assocerebbero al lemma nel pensiero comune, per esporne di converso tutte le implicite brutalità e contraddizioni. Di fronte al macabro indovinello, gli abitanti del Paese di G. si uniscono inizialmente per poi frammentarsi ancor più dell’ignota vittima, dimostrandosi quindi incapaci di mantenersi saldi nella causa comune. In questo contesto, non deve stupire che i merli si trasformino, da messaggeri che erano, in fazione nemica, perlomeno nell’immaginario degli abitanti del paese, che li carica di tutta la minacciosità che gl’intuìti piani avversari gli sembrano implicare. Qui si dà una delle più originali intuizioni che il romanzo ha da offrire al lettore, ovvero che siamo spesso noi stessi, come gli abitanti del vagamente kafkiano villaggio di G., a creare il nemico, a costruirlo e a dotarlo di connotazioni che non gli sono necessariamente connaturate, e proprio in virtù di quest’atto creativo a venirne come pilotati. Soggiogati dal nostro stesso immaginario quindi, ma con un’importante postilla: nel romanzo della Tribuiani lo spirito del sospetto espone ciò che già si agitava sotto la scorza. Ciò che era, insomma, precondizione e potenziale drammatico delle svariate storie individuali che ronzano attorno all’enigma, assommandosi nell’arabesco complesso della comunità.
Se esiste per il lettore la possibilità di una compenetrazione nei meccanismi che minano la serenità del villaggio, è principalmente in virtù dell’erosione del dettaglio individualizzante che percorre il romanzo da capo a coda, trasformandone gli attori in archetipi della vita comunitaria. Funzionale a ciò non è soltanto la scelta di identificare i personaggi non per nome ma per ruolo professionale/gerarchico, ma soprattutto quella di mantenere il contesto storico in una vaghezza tale da poter richiamare allo stesso tempo all’immaginario di chi legge un borgo medievale, una rocca dei tempi delle guerre d’Italia o di quella dei cent’anni, un villaggio isolato nel contesto delle campagne napoleoniche, un paesino italiano alla fine del secondo conflitto mondiale. Il poco che si sa è che nel mondo esterno al villaggio le battaglie son quasi finite, e tanto basta a creare un contesto in cui il sallustiano metus hostilis, dunque il bisogno di un nemico per mantenersi compatti (vuoi un esercito reale, vuoi uno stormo di merli e il loro emissario) possa rivolgersi contro se stesso e preludere alla disgregazione.
Per questo e per il tenore delle situazioni descritte Pezzi è un libro che Saramago avrebbe di certo apprezzato: gli avrebbe ricordato le dinamiche attraverso cui lo spettro arcaico e macabro – e, si potrebbe aggiungere, allo stesso tempo grettamente ingenuo – dell’animo individuale si dispiega negli eventi storici e microstorici. Difatti, se è vero che i personaggi del Villaggio di G. riescono a creare trama attraverso il complesso delle loro inimicizie, alleanze, rancori segreti, e dunque ad alimentare un groviglio di reti parallele a quella del mistero dell’uomo dei pezzi, è altrettanto evidente che la loro funzione principale sia quella d’illustrare come questo stesso groviglio, ergendosi sulle fondamenta degli interessi individuali o di microgruppi, sia in grado di orientare e influenzare l’atto e la responsabilità collettivi. E, come spesso in Saramago, anche qui abbiamo un fenomeno inquietante e apparentemente inspiegabile che mette alla prova le capacità di tolleranza e organizzazione del gruppo, adatto a sostenere la narrazione fino al compimento degli esiti drastici che presuppone. Non si tratta di spoiler, poiché è l’autrice stessa ad avvisarci, sin dalle prime pagine, che gli eventi andranno fuor di misura, spostando così l’attenzione del lettore dall’attesa del disvelamento finale all’analisi dell’itinerario che ad esso conduce.
Attraverso numerose anticipazioni, l’autrice riesce insomma a creare una curiosità di carattere deliziosamente morboso, giacchè non è tensione verso la soluzione del giallo ma atto voyeuristico a pieno titolo: ciò che qui conta è spiare i meccanismi viziati che portano al fallimento di un progetto che pareva comune. In questo, la struttura del romanzo è magistrale, ricordando nella sua divisione in giornate certe cronache medievali di epidemie locali, e poggiando però su una base stilistica polifonica che vede la dizione del narratore/cronista mescolarsi alle battute dei personaggi senza troppi segnali d’interpunzione. È questa marcata, aggrovigliata polifonia ad immettere nella narrazione punti di vista spesso distanti fra loro così creando un testo che, nel pieno senso etimologico del termine, si offre come tessuto in cui voci e fonti diverse coesistono, si danno battaglia, complicano l’interpretazione dell’insieme ma rendono l’esperienza della lettura quanto mai stimolante.
Ciò che più ho amato in questo romanzo è la capacità della Tribuiani di creare uno strato quasi filologico nell’intreccio e nell’organizzazione dei materiali. Un amalgama che include mappe, diari, missive, narrazioni inaffidabili, riferimenti a una tradizione orale chiaramente inesistente ma dotata di grande coerenza interna. Una filologia dell’inventato che pone una sfida che il lettore è libero di cogliere o meno – il romanzo si presta a una lettura lineare come ad un’analisi multilivello – ma che, se accettata, apre percorsi di lettura che ne valorizzano appieno il potenziale di significazione. La leggenda di come il villaggio di G. si misurò con la vicenda dei merli e dei pezzi si propone difatti al lettore come ampiamente documentata, e l’autrice ci invita a ricostruirne i dettagli non solo in base alla scorsa lineare delle pagine, ma anche per addizione e comparazione d’indizi e opinioni provenienti da campane diverse. È, questo, un perdersi molto appagante per i boschi narrativi.
