
Era il 1988 quando Umberto Eco scrisse (tra le altre cose) di candomblé – religione afro-brasiliana ma soprattutto fenomeno sincretico di enorme interesse folcloristico – in quel complesso e intricatissimo capolavoro che è Il pendolo di Foucault, menzionandovi Jorge Amado come “ogã eletto da Iansã”. Nello stesso anno, usciva in Brasile un romanzo dello stesso Amado incentrato proprio sui temi e gli ambienti del candomblé, intitolato O sumiço da santa (letteralmente, La sparizione della santa; nell’edizione italiana Santa Barbara dei fulmini). Anche il romanzo di Amado, che sarebbe apparso in Italia nel 1989, era colmo di termini astrusi che all’epoca risultavano quasi incomprensibili alla gran parte del pubblico italiano (poveri traduttori).
Difatti Eco, nella sezione bahiana del suo romanzo, faceva spiegare al misterioso “Agliè” cosa la maggior parte di quei termini afro-brasiliani stessero a rappresentare, non certo per mero gusto enciclopedico ma anche per dare ai propri lettori una bussola che gli consentisse di navigare un pelo più agevolmente un testo già di per sè molto complesso. Amado, invece, giocava in casa, aveva già scritto dei riti del candomblé (basti citare il giovanile Jubiabá, del 1935) anche se mai in modo così estensivo, e soprattutto non aveva bisogno di dare troppe spiegazioni al proprio pubblico brasiliano, già abituato a quel lessico ampiamente ingravatosi nella cultura popolare del paese. Questa non è, però, l’unica differenza tra il candomblé di Eco e quello di Amado: nel Pendolo, la sua funzione è quella di illustrare una delle molteplici manifestazioni di una cospirazione di portata mondiale e minacciosamente diacronica. Amado, invece, scriveva per amore del Brasile (amore autentico, non nominale), non era un “cultista” convinto (nonostante la sua esperienza di ogã ovvero, banalizzando, di officiante in seconda di alcuni riti) ma considerva il candomblé come un tassello importante, affascinante, di un paese immenso e dall’identità irriducibilmente composita. Il suo Sumiço da Santa ha per sottotitolo “uma historia di feitiçaria”, tradotto ai tempi in italiano come “una storia di stregoneria”, quando sarebbe stato molto più appropriato usare il termine magia per avvicinarsi alla polisemia che l’autore aveva in mente. Feitiço ha difatti in portoghese brasiliano la connotazione non solo di incantesimo stregonesco, ma anche quella gergale di fascino, incanto, malia romantica e questo romanzo di Amado, il suo penultimo in una carriera costellata di gemme, è l’omaggio che un ormai anziano maestro ha voluto rendere con sguardo lucido, ma appunto pienamente incantato, alla propria Bahia de todos os santos.
Tra tutti questi santi c’è Santa Barbara, la cui statua è in viaggio per mare dal Reconcavo (un’area prossima alla baia di Salvador) verso il Museo d’Arte Sacra gestito dal tedesco don Massimiliano von Gruden nel Pelourinho, il cuore del folklore bahiano. Vi giunge per un prestito provvisorio, in occasione di una mostra che dovrebbe coincidere con la presentazione di un saggio del von Gruden sulla statua stessa, che presenta sia tratti cristiani che caratteristiche di orixá, ovvero di divinità del candomblé, e nello specifico di Iansã, la regina dei venti e delle tempeste sincreticamente sovrappostasi all’immagine della santa cristiana. La presentazione, nel romanzo, rischia di andare a monte a causa della scomparsa della statua al momento dell’attracco della nave (la Viajante sem porto), e delle indagini che occupano le 400 e più pagine del libro e che si muovono tra la razionalissima ipotesi di furto e la meno razionale ma più allettante teoria che ruota attorno al presunto prender vita della statua e al suo vagare per le vie di Salvador de Bahia, alla ricerca di torti da correggere. In qualità di Santa Barbara o di Iansã? Poco importa ad Amado, se si considera che mette in bocca al von Gruden durante una conversazione con un incredulo “vescovo ariano” la teoria che la statua fosse stata scolpita dall’Aleijadinho (scultore famosissimo in Brasile) in virtù del suo essere mulato. Questa la sua prova filologica: “solo un mestiço può averla scolpita, un mulatto con sangue sia bianco che nero”. Il che denota il mirabile progressismo non solo di von Gruden ma di Amado stesso: la riappropriazione di etichette altamente razziste per evidenziarne un potenziale artistico, di arricchimento e non di discriminazione. È opportuno ricordare che nel 1988, anno di pubblicazione in patria, occorreva in Brasile il centenario dell’abolizione delle leggi razziali. Tuttavia, il romanzo è ambientato a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del novecento, dunque negli anni in cui la politica nazionalista brasiliana si basava su una negazione ufficiale, ma anche sulla repressione ufficiosa, dell’eredità culturale indigena. Santa Barbara dei fulmini documenta le contraddizioni ideologiche di quegli anni col piglio che rende il carattere brasiliano così unico a chi vi si avvicina da oltreoceano: la capacità di denunciare ridendo nel pianto, che è poi anche una marca stilistica costante nelle diverse fasi dell’opera di Jorge Amado.
Il romanzo è, inoltre, una cronaca culturale di quegli anni. Impareggiabile per chi ama la cultura brasiliana: vi trovano spazio cantautori di bossa nova, lottatori di capoeira, maschere del carnevale bahiano. Ed è anche, il che non guasta, una godibilissima giostra narrativa, piena di episodi e situazioni che chiariscono l’operato della santa (Barbara) – o dell’orixá (Iansã) – incarnata. Un resoconto delle sue fantasticate missioni per le strade di una Salvador de Bahia vibrante e fatiscente allo stesso tempo. Tra carnevali improvvisati, zie che seviziano nipoti a scopo catechistico, parroci trafugatori d’immagini sacre e commissari di polizia impauriti dal comunismo, questo romanzo sguscia di scena in scena verso una risoluzione che non svela niente se non la necessità di affrancarsi dagli snobbismi culturali. Il paradosso è che a distanza di quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione il messaggio che veicola sulla ricchezza antropologica del differente, del distante da noi, sia ancora drammaticamente attuale. In Italia come in Brasile.
