
Per molti, Sigrid Nunez è oggi un nome degno di nota grazie al più o meno recente adattamento almodovariano del suo Attraverso la vita (2020), intelligente romanzo sul processo di accettazione del lutto e della malattia che il regista spagnolo ha trasposto sullo schermo intitolandolo La stanza accanto (“The room next door” , il suo primo film in inglese).
Se quello si gioca tutto sulla cronaca di un decesso annunciato, The Friend – l’amico fedele (2018, e che dunque lo precede cronologicamente di due anni) può essere considerato come un suo antesignano a tutti gli effetti, non solo per ordine di pubblicazione ma anche per come ne anticipa e mette in gioco le tematiche. Si tratta infatti anche qui della storia dell’elaborazione di un lutto, non tanto annunciato in questo caso quanto già accaduto ma ancora del tutto indigesto alla narratrice del romanzo, scrittrice e docente universitaria di scrittura creativa, nonché amica intima del defunto, con cui condivideva non solo le due professioni, ma soprattutto un rapporto di simbiosi intellettuale dietro cui si intuisce il desiderio di una stabilità amorosa che nessuno dei due ha mai saputo concretizzare. Che l’uomo sia morto suicida non è chiaramente un fatto trascurabile, ed apre anzi la prima importante linea di riflessione in un romanzo in cui si alternano le forme dello zibaldone, del memoriale, del diario intimo. Quello che colpisce, tuttavia, è la riluttanza della narratrice ad abbandonarsi a facili quanto inconcludenti tentativi di ricostruzione dei perché e percome del suicidio, che vengono invece riservati ai personaggi di contorno (le tre mogli del defunto, ad esempio) contribuendo a caratterizzarli per una visione prosaica del mondo, una maldestra rinuncia ad indagare le complessità del reale. A riprova di ciò, basti pensare alla confusione della vedova in merito alle motivazioni del gesto: in un lungo confronto con la narratrice la vediamo analizzare la vita del marito, dalla depressione insorta a seguito di un piccolo infortunio alla schiena alla mancanza di una struttura ordinativa del quotidiano dopo la decisione di abbandonare l’insegnamento, soltanto per liquidare infine l’atto come inspiegabile. E per introdurre Apollo alla narrazione, l’enorme alano arlecchino che desidera affidare alla dubbiosa protagonista per risparmiargli il dolore di vivere in un ambiente che lo condannerebbe a una dolorosa reiterazione del lutto per il tempo che gli resta da vivere. E, chiaramente e con dichiarata onestà, per non avere fastidi.
Questa convivenza inaspettata, con tutte le difficoltà che comporta, costituisce l’aggancio narrativo di un romanzo in cui i personaggi comprimari sono genialmente evanescenti, fumosi, e fanno per così dire da “mezzo di contrasto” al rapporto tra l’autrice e il cane. Apollo: tra i pochi a cui si concede la dignità di un nome in una galleria umana in cui le mogli del defunto vengono chiamate per numero e persino la narratrice e l’amico, motore della narrazione,restano anonimi. Perché dare un nome, come si spiega presto nel romanzo in una carrellata di citazioni che spazia dal celebre Naming of cats di T.S. Eliot al biblico battesimo degli animali da parte di Adamo, è segno di dominio del mondo e della natura. Dunque, l’anonimato è nelle pagine della Nunez un atto di consapevole distanziamento dalle logiche sociali del dominio al fine di dichiararne, per sottrazione di nome appunto, le numerose aporie. Quel che resta sono il cane e la letteratura, due poli che per l’autrice quasi si equivalgono. Il che non significa che all’animale sia riservato un ruolo di mera rappresentanza: al contrario, la tenerezza del rapporto tra uomo e cane è uno degli elementi più approfonditi e a tratti commoventi del libro, e lo rende una lettura emozionante per chiunque viva con un animale domestico. L’apprendistato di convivenza della protagonista è degno, in quanto a pathos e compartecipazione emotiva, delle migliori pagine del London di Call of the wild. Come in London, tuttavia, cela necessità ben più profonde e legate non tanto alla condizione specifica dell’essere umano – e quindi di chi s’incarica di veicolare narrativamente un messaggio sulla prossimità di uomo e animale – quanto a una teoria sull’esistenza tout court. In questo la Nunez sa attingere al pozzo del primordiale, nonostante la storia che consegna al lettore sia ben situata e circoscritta: New York, XXIesimo secolo. Ugualmente primordiale è la letteratura nella visione dell’autrice, in particolare nella sua funzione illusoria di rispondere a un bisogno inoppugnabile di consolazione per poi controbattere con un raddoppiamento del dolore.
È perciò che sia la narratrice che l’amico defunto sono scrittori – entrambi in crisi, chi ante chi post mortem, entrambi ormai scettici in merito alla redenzione che la scrittura può offrire. Ad Apollo, la protagonista legge alquanto significativamente le Lettere a un giovane poeta di Rilke, testo fondamentale per quel che riguarda il discorso sulla creatività poetica e sull’impulso alla scrittura. La lettura rilkiana non è una citazione casuale, come non lo sono la maggior parte dei riferimenti culturali – letterari, cinematografici, politici – che la narratrice tira in ballo e che sarebbe impossibile provare a riassumere in poche parole. L’ottava lettera al giovane poeta Kappus, tuttavia, è specialmente preziosa per comprendere il romanzo: quella che la protagonista menziona come fonte principale per indagare il pensiero di Rilke circa il mito della bella e la bestia. Difficile, quando è citata la celebre ipotesi “forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse”, non cogliere il riferimento alle mastodontiche sembianze e ai ripetutamente accennati travestimenti divini di Apollo, che la ascolta e caninamente la incita a continuare a leggere. Il riferimento, poi, diventa ancora più importante se si considera che nella stessa lettera Rilke indaga con estrema lucidità la natura e la necessità della tristezza e della solitudine nell’arco della vita, e soprattutto di quella di uno scrittore. Per un gioco di letterarie trasfigurazioni e sovrapposizioni tematiche, insomma, la Nunez instaura un’identità tra l’atto della lettura e quello della composizione della lettera, e in senso più ampio tra la figura del cane-Kappus e dell’amica-Rilke, accomunati da quell’esperienza insondabile dell’assenza di cui la lettera parla e a cui pure bisogna trovar spiegazione.
E quindi ne scrive, la narratrice anonima (al lettore o a se stessa?) mentre pensa al consiglio che l’amico, il primo convivente di Apollo, ha dato una volta ai propri studenti: fate qualsiasi altra cosa tranne scrivere, se ne avete l’aspirazione. Testamento ideale cui lei contravviene, abbracciando piuttosto l’opposta lezione rilkiana, ovvero quella di scrivere a tutti i costi se se ne sente l’esigenza. Proprio sulle basi di questo tradimento intellettuale la Nunez costruisce quel senso di pacato dolore che è la cifra stilistica di queste pagine: una narrazione che è, à la Herzog, una conquista dell’inutile. Ologrammi – scrive nelle prime pagine del libro a proposito della pratica degli elogi post mortem – più si parla dei morti e più essi paiono ologrammi. Eppure – è questo il presupposto del romanzo – lei vive in sé la necessità del lutto come un diritto irrinunciabile, ed è per questo che Apollo si trasforma in una raffigurazione della perdita e del suo rapporto col defunto, a partire dai growl, i brontolii sofferti che tanto inquietano sia lei che la moglie numero tre e che sanno in fondo di coro funebre. In presenza del cane, la narratrice riesce a rivisitare l’uomo che ha perduto/mai avuto, e ad esaminarne ogni possibile difetto e contraddizione arrivando addirittura a fantasticare un incantamento fiabesco: la bestia che, scomparendo durante la notte, si trasformi in uomo per restituirle l’amico/amante perduto. Né è questa l’unica sovrapposizione tra l’amico e Apollo, che – complici i frequenti riferimenti a My Dog Tulip, il particolarissimo resoconto di Ackerley sulla sua vita con il pastore tedesco Queenie – viene gradualmente investito di una sensualità quasi umana, e chiaramente ispirata da un senso di malinconico erotismo verso l’amico.
Ai margini di questo gioco metamorfico, la Nunez semina quella che è una delle più soddisfacenti chiavi interpretative del romanzo: il tema del mistero. La mancata comprensione dei comportamenti di Apollo sembra infatti coincidere con l’incapacità, in vita, di comprendere il defunto, costringendola così a rilevare la fatuità, il corto circuito delle possibilità d’interpretazione umana al cospetto non solo della perdita, ma anche e soprattutto del passato.
In un passaggio, la protagonista descrive il cane come uncanny, aggettivo cruciale per la cultura anglofona e di certo non casuale in un romanzo metaletterario come è L’amico fedele, essendo la traduzione più prossima del tedesco unheimlich, il perturbante freudiano. Il concetto, ovvero, che ci siano elementi in grado di toccare le corde più abissali della psiche in virtù del loro essere sia minacciosamente strane e nuove che arcaicamente familiari poiché già vissute e poi dimenticate. E di perturbante in senso freudiano ha un po’ tutto questo alano arlecchino, pur senza bisogno delle tinte diaboliche dei racconti hoffmaniani cui Freud faceva riferimento. Apollo si offre infatti, alla storia e al lettore, come ingombrante enigma a quattro zampe, ponte tra due regni, scrigno di silenziosi ricordi ma soprattutto come specchio e doppio dell’amico suicida, l’amico unheimlich così illeggibile e allo stesso tempo tanto caro e familiare alla narratrice. Osservandone i silenzi, i versi straziati, quell’unica smorfia canina paragonata a un sorriso, la Nunez riesce a dipingere una vera e propria imago mortis.
Su questi binari, la narrazione è saggiamente organizzata in piani e temi distinti: un rimpiattino in cui i diversi elementi del racconto si cedono il passo a vicenda: da meticolose disamine sui cani in generale e sul cane Apollo in particolare nascono citazioni, riflessioni sulla scrittura – ai cani piace ascoltare i padroni leggere – e su ciò che la smuove, e da queste fioriscono ricordi dell’amico che a loro volta portano alle scene di dialogo tra la narratrice e le sue diverse mogli. Nessuna delle quali comprende la necessità di Apollo, che alla luce di quanto detto equivale a dire: nessuna comprende e tanto meno ama il defunto. Il cane sembra insomma dirci: il defunto esiste, va rispettato nonostante le sue numerose ed umane mancanze, e va amato – se lo si amava – a prezzo della rinuncia al proprio stesso benessere. In questo, l’alano della Nunez ricorda tanto il Febo di Curzio Malaparte. Al netto, certo, delle abissali differenze negli esiti e nello stile che separano i due autori. Si somigliano, tuttavia, per il nome mitologico – Febo è notoriamente uno degli epiteti attribuiti ad Apollo – ma anche e principalmente per la funzione dell’animale rispetto ai protagonisti, che è certamente quella di traghettarli fuori da una condizione (quella umana) limitante e sofferta per permettergli di indagare e sorvolare il sentimento del dolore al di là delle coordinate della ragione.
